zajchik alle 15:18 | permalink | commenti (1)
libri, sopravvivenza, ombelico
Bisogna conviverci con questa strada sempre uguale che mi accompagna tutti i mercoledì. Chissà quali sono le storie delle macchine che passano accanto al mio finestrino, mentre tolgo e metto il cappello per regolare il sole troppo uguale e sfacciato. Odio le luci forti, voglio le mie penombre e i miei chiaroscuri da illuminare. Non sparatemi addosso, plìz. Dovrò convivere con un futuro fatto di cure e di pause, di checkup e ore d'aria; dovrò imparare a fuggire, a imparare nuove lingue, ad arredare una casa. Oltre la porta c'è la chemio accanto a darko pancev, le infermiere che mi trattano come una bambina capricciosa, la piantana che è come la palla al piede dei forzati - sarà difficile involarmi per le scale - l'aggeggio per la pressione che solo a vederlo la minima mi schizza perchè si muore un po' per poter vivere e per curarsi invece bisogna esser sani ma se it takes a fool to remain sane non ci capisco più una sega. Specie se finalmente esci dalle tue flebo e trovi l'oncologo steso a terra per un colpo di calore.
Se continuo a scrivere è perché un giorno vorrei raccontare tutto questo come una storia che comincia ma lo sapete che, forse non ti ricordi quando intrecciando le dita tra i capelli. Magari ci crederò prima o poi che il mio cranio è secsi. Sicuramente secsi è chiara che buca il grigioazzurro color disinfettante con una sporta di ciliegie e peperoncini. E un saccone di libri. Cosa c'è di meglio di ciliegie libri e peperoncini, io potrei viverci per sempre tra il rosso e le parole, a farmi strizzare le papille e ripiantare i noccioli sporcandomi di terra le unghie che riavrò, un giorno. Magari tornando a Mosca, dove mi facevano la manicure sputando semi di girasole. Io ti scrivo non perché voglio che tu mi risponda, ma perché ho qualcosa da dirti.
Grazie.







