Bisogna conviverci con questa strada sempre uguale che mi accompagna tutti i mercoledì. Chissà quali sono le storie delle macchine che passano accanto al mio finestrino, mentre tolgo e metto il cappello per regolare il sole troppo uguale e sfacciato. Odio le luci forti, voglio le mie penombre e i miei chiaroscuri da illuminare. Non sparatemi addosso, plìz. Dovrò convivere con un futuro fatto di cure e di pause, di checkup e ore d'aria; dovrò imparare a fuggire, a imparare nuove lingue, ad arredare una casa. Oltre la porta c'è la chemio accanto a darko pancev, le infermiere che mi trattano come una bambina capricciosa, la piantana che è come la palla al piede dei forzati - sarà difficile involarmi per le scale - l'aggeggio per la pressione che solo a vederlo la minima mi schizza perchè si muore un po' per poter vivere e per curarsi invece bisogna esser sani ma se it takes a fool to remain sane non ci capisco più una sega. Specie se finalmente esci dalle tue flebo e trovi l'oncologo steso a terra per un colpo di calore.
Se continuo a scrivere è perché un giorno vorrei raccontare tutto questo come una storia che comincia ma lo sapete che, forse non ti ricordi quando intrecciando le dita tra i capelli. Magari ci crederò prima o poi che il mio cranio è secsi. Sicuramente secsi è chiara che buca il grigioazzurro color disinfettante con una sporta di ciliegie e peperoncini. E un saccone di libri. Cosa c'è di meglio di ciliegie libri e peperoncini, io potrei viverci per sempre tra il rosso e le parole, a farmi strizzare le papille e ripiantare i noccioli sporcandomi di terra le unghie che riavrò, un giorno. Magari tornando a Mosca, dove mi facevano la manicure sputando semi di girasole. Io ti scrivo non perché voglio che tu mi risponda, ma perché ho qualcosa da dirti.
Grazie.
Ho la mia settimana d'aria ma rimangono gli strascichi di tutti i veleni che ingoio. Ho la punta delle dita che perde sensibilità, la pressione che sale e scende, la testa che gira come una trottola se la muovo bruscamente. E' che sono maledettamente riconoscibile, con i miei ciuffi biondi (sic) da spennacchiotto che rimangono tenacemente attaccati al cranio. Però, cazzarola, quanti di quelli che mi passano accanto vivono di farmaci. Potrei essere una diabetica, con la mia insulina salvavita e le bustine di zucchero. Oppure un eutirox dipendente, chè ti vengono gli occhi stellati e alle sei di mattina rompi i coglioni con l'aspirapolvere per eccesso di ormoni sounasega. Magari una bulimica depressa che si fa di psicofarmaci. O perché no, una bella cocainomane? Diobono, son tanti e cazzuti, incravattati e aperitivati, e tirano su col naso come me che le botte di sudore mi fanno venire l'infreddatura. Ma la mia rimane un'impertinenza da quattro soldi, o da guru sarcazzo, visto che continuo a mettermi camicioni tibetani. E' che continuo a mendicare storie. E le cerco nelle pillole, nelle rughe, in tutti i pollici destri divorati per noia, rabbia, paura.
Se potessi andrei alle azzorre a fare una chiacchierata con l'anticiclone. Il caldo non ha pietà del mio buonumore. Così devo decidere se sentirmi una donna malata o una donna che si sta curando. Da questo dipende la mia insonnia. Accetto i rising up and down (da quando ho scoperto vollman, ho fatto mia la citazione) e magari io sono quella che riprende fiato tra uno sdrucciolo e l'altro. Guardo gli europei di calcio, vita cialtrona che resiste. Ci sono i ragazzi dello zenit di pietroburgo, che quando andavo dentro il loro negozio biancazzurro a vedere le divise si chiamava ancora leningrado. Ci sono i turchi; e c'è Tungiai, un turco come devono essere i turchi, stortignaccolo e riccioluto. Tanti anni fa, c'era l'inter contro la squadra di trebisonda. Una di quelle partite da dimenticare. E tra i turchi di allora c'era un altro tungiai. Sì, lo so che ho troppo tempo per pensare. Ma per mesi, agli occhi innamorati del mio fiancé calciatore, sono stata la sua tungiai. Mica un trottolino amoroso qualsiasi. Tzè.
Oggi la giornata è stata delle più anonime. Non è successo niente di particolare, solo tanto da fare.
Non so nemmeno cosa scriverti. Ma dove è finita la mia musa, che è già il secondo giorno di fila che non so cosa scriverti. Forse si vergogna di me, perché non ho argomenti.
Ogni giorno Marina mi scrive. Ho una papka fitta delle sue mail, ed è un modo per aprire la finestra e salutarla, a 3000 km di distanza. Troppo tempo che manco. E così tengo viva la voglia di tornare quanto prima, ché gli odori si raffreddano. Non rispondo quasi mai. La mia mente è troppo compressa ora. Eppoi sarebbe solo un grazie infinito. Lei ha deciso di starmi vicina in questo modo, visto che non posso prendere il vecchio autobus dalla linea verde del metro e andare a giocare a tennis a Zelenograd.


Che cos’è la perfezione. E’ un insieme di tanti dettagli sbagliati, che vanno a chiudere il cerchio. E’ la bellezza della bolla di sapone, che si schianta cangiante sopra il tuo naso, ma tu non guardare. E’ la fragilità più fragile, disperata e tenera. E’ quello che non posso scordare, e che mi fa sorridere di indulgenza. Una piazza brutta coi portici di cemento, un bar che sembra la tolda di una nave naufragata per caso, troppo caldo, troppo gin, un’olivetta sperduta, un vestito di seta che non lascia proprio nulla all'immaginazione, una mano che brucia sul fianco e i baci giù in metropolitana. Tu avevi un panama distratto, un vestito di lino azzurro chiaro e forse un sigaro. Ti ho rivisto così tante di quelle volte che non ricordo quasi più come sei. Un’ora o forse due, la storia perfetta. Se chiudo gli occhi, rivedo la tua erre. Tutto quello che è andato avanti senza di noi, ed è così banale. E' che mia sorella è preoccupata per l'Irlanda e il Trattato di Lisbona, io ascolto un tango argentino e mi viene in mente che se ora volessi ballare, dentro questa piazza che gracchia di sole stanco, tu non diresti di no.
sabato, 14 giugno 2008
zajchik alle 13:56 | permalink | commenti (2)
tempo, ombelico
(S)POST
Vivere sbreccati. Non saprei in che altro modo definire la mia visione della vita, dear C. Quelli che hanno graffi ovunque, e crepe sul marmo antico, pareti senza specchi, tastiere mangiate dalla cenere, lampadine fulminate, tavoli che ballano, coltelli da affilare e nastri perduti insieme a paillette stanche. Non posso che prendermela con i miei geni presuntuosi, per quello che volevo essere e non sono. Anche il joystick del cellulare mi ha abbandonato. C’è sempre il dettaglio che inciampa, e faccio più fatica a scegliere il makeup. Io che accumulo libri e rossetti, e semino le mie briciole per distrazione vezzosa (chissà, magari qualcuno sarà lì a raccogliere e riportare indietro l’ennesimo orecchino) o cupio dissolvi. Il cielo è gonfio di nuvole di un’ennesima variazione. Non è così che volevo quest’alba de la tarde, ma riesco ancora a raccontarmi delle storie. E’ così che sono sopravvissuta sinora. Il corpo che sfugge, si ribella, che non riesco più a blandire. Che rabbia non potersi mettere quel vestito bianco. E già odio quello che ho scritto, la mia testa rapata e i rimpianti appiccati a questa maglia con il baseball e Charlie Brown, che porto tutte le estati da ventidue anni… Sono quello che non ho. Una fottuta dreamer.
Devo smettere di leggere gialli nordici di betulle e psicopatici.
domenica, 08 giugno 2008
zajchik alle 14:17 | permalink | commenti (6)
DISLESSICO FAMIGLIARE
Il mio negozio preferito liquida tutto e lo spoglio di voluttuose sete del vietnam con la borsa in tinta. Haivistomai...
Mia sorella dietro la finestra spalancata legge Céline.
Ho fatto di tutto, nel corso degli anni - che ne fossi o meno consapevole - per recidere il cordone ombelicale. Una strada fatta anche di orribili solitudini. Essermi ammalata mi ha riportato indietro di anni. Di là parlano sottovoce, le teste di mio padre e mia sorella, e aldilà degli odori - ma da quando babbo usa questo dopobarba così insopportabile - è la lingua che mi riporta indietro nel tempo, stracciando le sovrastrutture del tempo, dei viaggi, degli incontri. Da quanto tempo ho la s dolce come se fossi nata sulle prealpi...
Ora non piove, ma dianzi...
E dov'è che ti sente?
Un bel vergato, ecco di cosa hanno bisogno.
Nel fagotto ci sono i dolci e le marmellate dell'anna, e i saluti di mezzo paese. Qualcosa che si rompe e si cuce sempre dentro di me, come cicatrici della lontananza e del desiderio. Chissà. Una perfetta storia d'amore. Oppure solo una tappa di un'altra estate che scolorisce. Fragole, sì, che è meglio. Con l'aceto balsamico.
mercoledì, 04 giugno 2008
zajchik alle 21:25 | permalink | commenti (2)
tempo, sopravvivenza
E LA NAVE VA...
Ripartire, e sembra che piova. Il cielo si corruccia durante questi viaggio di traffico e gru, dentro stanze con armadietti azzurri e infermiere azzurre, e la caciara di chi vuole condividere le proprie parrucche, oltre alle proprie paure. Microcosmo di vite senza stomaco, briciole sul letto, libri sfogliati e fabriziofrizzi alla televisione. Tutto a posto, dice l'oncologo sventolando le collanine e il funky della sua suoneria. Sarà, dico io sventolando i falpalà della camicia. Nel corridoio un paziente impaziente fa su e giù con la piantana, in una camminata furiosa. E lulì che fa? sibila il mio chaffeur. E' il mì babbo, risponde con pudore l'infermiera, (così non si addormenta), prima che parta un bischero d'ordinanza, in questo miscuglio che non risparmia nessuno, perché così è se vi pare.
ma invece fu lei a parlare:
"mi piace guardare la faccia nascosta del sole
vedere che in fondo si muove
dormire distesa su un letto di viole" mi disse
"e a te cosa piace?"
"mi piace sentire la forza di un'ala che si apre
volare lontano
sentirmi rapace, capace di dirti ti amo
aspettiamola insieme l'estate" (Daniele Silvestri, l'autostrada)
martedì, 03 giugno 2008
zajchik alle 13:13 | permalink | commenti
casa, tempo, sopravvivenza
PUZZLE
... e si ricomincia a lavorare e non capisco più niente. Metto il computer vicino alle finestre e bevo la luce come un basilico zoppo. Salto da una scadenza all'altra, infilo libri e certificati negli strappi di tempo, strappo un sorriso, annuso la pioggia e raccolgo ciocche cadute. E intanto il primo
personal touch è lo specchio marocchino in un bagno troppo anonimo. Timidamente riascolto vecchie canzoni. Si tratta di resistere. Poi, dicono che sia come andare in bicicletta. Ah, che voglia di luoghi comuni...